Il movimento verso l’unilateralismo e l’egemonia viene dunque da lontano. Come ha detto l’ex ministro degli affari esteri Hubert Vedrine, "non è George Bush che ha inventato la lotta del bene contro il male. È vecchia quanto l’America. "Ma di recente questo movimento ha subito un’accelerata, col risultato che "i miti fondatori della nazione americana si sono trasformati in politica americana operativa". L’equipe che è arrivata al potere con George Bush associa in effetti due diverse correnti. Il primo è quello dei fondamentalisti protestanti, iperreazionari e populisti, appartenenti ad un movimento "jacksoniano" il cui capofila era Billy Graham e che oggi è rappresentato da uomini come Pat Robertson, Franklin Graham, Paul Weyrich, Ralph Reed e Franklin Graham. Sono loro che hanno permesso a George W. Bush di essere eletto. La seconda corrente è quella dei "neoconservatori", spesso ex uomini di sinistra, molto legati all’estrema destra israeliana (che ha fornito loro la griglia di lettura della situazione in Medio-Oriente) e che si ritrovano oggi a destra del partito repubblicano. I primi, rappresentati alla Casa Bianca dal segretario alla giustizia, John Ashcroft, il consigliere privato del presidente, Karl Rove, o il segretario dell’Interno, Gale Norton, sono moderni puritani che pensano che gli Stati Uniti siano un popolo eletto dalla Provvidenza, con un "destino manifesto" e una vocazione missionaria. I secondi (Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfovitz, Richard Perle, Douglas Feith, Elliot Abrams, etc.) hanno sviluppato le idee di unilateralismo, di guerra preventiva, di polizia mondiale che oggi vediamo trionfare. Gli uni e gli altri si ritrovano nell’idea che il mondo intero deve essere sagomato ad immagine dell’America, in una ostilità comune verso ogni Paese che esprima disaccordo, ossia in un comune avventurismo aggressivo e illuminato.
Così gli americani hanno fatto propria una lettura allo stesso tempo ‘hollywoodiana’ e messianica della vita internazionale. La visione del mondo cui fanno riferimento è una visione non interattiva, in cui ogni potenza indipendente è percepita come un potenziale nemico. Ciò significa che il pensiero americano non ha altro referente se non se stesso, che gli americani vedono il resto del mondo solo attraverso se stessi. Il risultato è un nuovo regime di guerra. Essendo ogni idea di potenza ricondotta alla sua dimensione militare, il concetto di rivale diventa nello stesso tempo sinonimo di nemico. In queste condizioni, si capisce che tutta la dottrina strategica americana tende ormai a impedire al resto del mondo di raggiungere la parità militare e tecnologica con gli Stati Uniti. E che chiunque osi esprimere critiche sulla politica estera di Washington sia immediatamente presentato come uno psicopatico, un complice dell’"asse del male". Nell’era "postatlantica", gli Stati Uniti non dissimulano più la loro intenzione di affermare la loro egemonia. Ritengono di essere in diritto di decidere da soli, senza limitazione esterna di alcun genere, su ciò che deve essere fatto per la loro sicurezza, ivi compreso, preventivamente, cercare la superiorità militare sugli altri, e persino impedire ad ogni rivale di emergere. "Washington decide, scrive Justin Vaÿsse, e gli alleati europei devono adattarsi a queste decisioni, conformarsi senza avere realmente voce in capitolo, senza neppure, a volte, essere stati consultati o informati in maniera adeguata. È richiesto un sostegno quasi automatico, e la punizione dei dissidenti ha sostituito l’abitudine a minimizzare i disaccordi e a evitare che essi diventino di dominio pubblico". In effetti, prosegue, "nel sistema postatlantico promosso dall’amministrazione Bush, l’importanza di un Paese non è in funzione delle proprie risorse, della sua potenza o del proprio apporto alle funzioni comuni, ma dalla sua distanza in rapporto al centro - proprio come a Versailles dove i nobili "addomesticati" dovevano abituarsi a un nuovo sistema di potere, ormai funzione del posto di ognuno nei cerchi concentrici intorno alla persona del re, e non del loro potere personale. A sua volta, la posizione nei cerchi concentrici intorno al re - o a Washington - dipende dall’acquiescenza alla volontà del centro, divenuto istanza legittima di classificazione, dei cortigiani o dei Paesi". "Gli americani, osserva a sua volta Thierry de Montbrial, rifiutano categoricamente la nozione di un mondo multipolare, i cui due componenti sono inaccettabili ai loro occhi. Da una parte, chi dice mondo bipolare sottintende un equilibrio di potenze, e dunque giustamente la necessità di un contrappeso agli Stati Uniti [...] Non si accetta, d’altra parte, che un equilibrio qualunque possa essere garantito dall’organizzazione delle Nazioni Unite, cioè in pratica dal Consiglio di sicurezza e più precisamente dai cinque membri permanenti. Agli occhi degli americani, ciò finirebbe in effetti per riconoscere alla Francia, alla Russia e alla Cina il diritto di formare con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna una specie di direttorio planetario".
Ancora una volta tutto ciò non è completamente nuovo. Ma fin qui la guerra condotta dall’America contro l’Europa e il ‘resto del mondo’ prendeva forme essenzialmente economiche e commerciali, traducendosi con il condizionamento delle opinioni pubbliche, la manipolazione degli animi, il discredito gettato sulla concorrenza, etc. Ciò che è nuovo, è che il primato strategico è diventato apertamente militare, è che esso mira a regolare l’estensione del mercato con azioni di violenza brutale. Nel libro che hanno pubblicato nel 2003, The War over Iraq, Lawrence F. Kaplan e William Kristol scrivono, senza scomporsi, che ‘l’America deve essere non solo il gendarme o lo sceriffo del mondo, ma anche il suo faro e la sua guida’. La globalizzazione, spiega un altro neoconservatore, Michael Novak, ha come termine la ricomposizione del mondo e il centro di questa ricomposizione sono gli Stati Uniti. "L’interesse americano, aggiunge Richard Perle, è avere […] un mondo nel quale possiamo esportare ed importare e nel quale non siamo minacciati".
L’obiettivo finale è, dunque, instaurare ciò che l’incondizionato filo-americano francese Guy Millière ha suggerito di chiamare "l’America-mondo". Lo scopo di questo neo imperialismo alimentato dallo spirito di crociata, lo scopo di questa vera "teostrategia" autistica, è l’imposizione unilaterale dei valori mercantili alla totalità del pianeta, la trasformazione della terra in un immenso mercato omogeneo dove regnerebbe senza distinzione la sola legge del profitto, in breve l’instaurazione di un modello di società in cui ci saranno consumatori più che cittadini. Mai, dall’epoca di Teodoro Roosevelt (1912), gli Stati Uniti
avevano come oggi così apertamente cercato il dominio
tramite la forza militare, né avevano aspirato così impudentemente a stabilire in modo unilaterale la propria supremazia sul pianeta. Mai come oggi avevano manifestato con tanta forza il loro radicale rifiuto della nozione di reciprocità o di arbitrato, nella misura in cui questa potrebbe limitare la loro libertà d’azione. Non è eccessivo dire che attualmente gli Stati
Uniti costituiscono il fattore principale di instabilità nel mondo, il principale fattore di brutalizzazione dei rapporti internazionali. E questo unilateralismo ha tutte le chances di rivelarsi duraturo, anche se George W. Bush dovesse lasciare la Casa Bianca, nella misura in cui esso risulta nello stesso tempo una tradizione storica e una evoluzione delle mentalità in essere da diversi anni.
Ma ben inteso il sogno americano si scontra con la realtà. Lo si vede in questo momento in Iraq: gli Stati Uniti hanno vinto la guerra, ma hanno perso la pace. Pretendevano di installare una democrazia di mercato, ma hanno instaurato il caos. Dicevano di voler combattere il terrorismo islamico, ma hanno fornito al fondamentalismo islamico musulmano nuove ragioni di essere e di agire. Volevano approfittarsene per regolare definitivamente il problema palestinese, ma il loro "foglio di via" non è che un ricordo ormai. Ed ancora è rivelatore il fatto che, in questa avventura, non siano stati più capaci di ottenere l’appoggio del Messico o del Canada così come non sono riusciti a recuperare i Tedeschi, o ancora che si siano infastiditi per il rifiuto della Turchia, loro tradizionale alleata nel Vicino Oriente, ad autorizzarli ad attaccare l’lraq partendo dal
suo suolo.
(Traduzione di Gertrude Testini)
In questi ultimi anni è stato intrapreso un indirizzo radicale in materia di relazioni internazionali, corso seguito peraltro anche in altri ambiti. Dal 1993-94, sono state abbandonate le vecchie regole del gioco internazionale, e siamo entrati in un’era che potremmo definire "post-atlantica". Stiamo assistendo in effetti ad un dissolvimento di tutto un sistema di cui l’Alleanza atlantica era il cuore; di questa dissoluzione gli Stati uniti si sono presi la responsabilità in prima persona esigendo dai loro alleati un comportamento da vassalli. Tale crisi del legame transatlantico è strettamente connesso all’avvento di un mondo nuovo. In questo mondo nuovo le linee di battaglia sono meno internazionali che transnazionali. La geografia non è più fondamentalmente definita da frontiere nazionali, cosicché la divisione tra politica di sicurezza interna ed estera tende a sparire. I colpi decisivi non si producono tra le civilizzazioni (che non sono realtà di potenza, ma piuttosto crogioli di idee-forze), ma contemporaneamente al loro interno e su scala globale. Dappertutto si assiste all’affermazione di forme di potere transtatali o non statali, all’interno di uno spazio che non è più arborescente, ossia composto da organizzazioni tradizionali, ma ‘rizomico’, ossia composto da reti decentrate. Alla guerra fredda è subentrata la pace calda; al mondo bipolare, una globalizzazione in cui gli Stati uniti rappresentano la forza principale, ma la cui logica profonda è l’essenza tecnoeconomica e finanziaria, poiché è caratterizzata soprattutto dal dominio planetario della Forma-Capitale. Gli americani hanno sempre pensato che i loro valori ed il loro stile di vita siano superiori agli altri e che essi siano universalmente validi. Sin dalle
loro origini, hanno sempre pensato di avere la missione di diffondere questi valori e di imporre questo stile di vita sulla superficie della terra. Da sempre credono alla divisione morale binaria del mondo: Da sempre ritengono di incarnare il Bene e immaginano, per riprendere i termini del presidente Wilson, che "l’infinito privilegio" che è stato loro riservato è di "salvare il mondo".
